nostalghie&spleen

me ne  vado per deserti campi

portandomi  le acri nostalgie

alle quali non c’è rimedio

solo il soccorso di un’alma gentile

che intermittente attenua la mancanza

quel complementare al quale s’anela ricongiursi

la solitudo attenuare a sentirsi nel pensiero sfiorare

la suggestione dell’appartenere

senza il possedere

la volatilità densa dell’esserci e dello sfumare

la presenza assenza del rispettare

far credere che si crede a puerili menzogne

quando non si è mai  pretesa la sincerità

men che meno la verità

l’esigenza di sognare oltre

il negato

il sentir crescere  ali per volare

linee di orizzonti senza miserie

l’energia per dimenticare

l’enorme forza richiesta per creare

senza la tara del frequentare mediocrità

tutto lavare…. obliare

quei deserti campi dissodare

inseminare accudire ri-germogliare

fioraie e croma nell’anima

affrescare

 

(c) copyright by sergio salvi

 

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a long a time ago

 

 

Squilla il telefono,

sono le 6,15 di …a  long a time ago

  • buongiorno, parlo con la famiglia….
  • Si
  • Policlinico Umberto I, neonatologia, sono la Dottoressa……è lei il padre di C….
  • Si sono io
  • Sono spiacente di comunicarle che alle 5,15, sua figlia, nonostante i nostri tentativi di rianimazione è deceduta…

 

Era stata la passata,  una notte di primavera “Chiara”  di luna, mi avevano tenuto compagnia i versi del recanatese ..vaghe stelle dell’orsa….come mi apprestassi ad un (inascoltato e non accolto) offertorio, la mia vita in cambio di quella di C.  così come  la consapevolezza pessimistica di quel filosofo che crederà in Dio quando smetteranno di morire i bambini e che da allora mi accompagnerà al punto da non poter riconoscere più alla natura il suo corso, lo sperimento ogni qualvolta vedo un video dove gli animali lottano per la sopravvivenza, soffro per il bufalo sbranato vivo dai leoni e dal leone dilaniato da un branco di bufali,  trovo ormai impossibile non straziarmi  per tutte le vittime del mondo che sia per fame per malattia per incidente da lavoro, per sopruso, ingiustizie, malattie, violenza e caso, che poi non è mai “caso”, e lo sanno i potenti e i politici e la loro inimmaginabile  ipocrisia.

 

La sera prima, nella mia ultima visita, diviso da una culla termica ebbi nitida la sensazione di un gonfiore anomalo della Creaturina, che la faceva sembrar accresciuta come non era avvenuto in utero. In quei pochi giorni avevo scrupolosamente osservato le direttive clinico-igieniche di nessun contatto che avrebbe potuto diventare fonte d’infezione, così che come Lear, di Cordelia,  potei sentirne solo il gelo della morte.  Poi essere condotti attraverso quel corridoio fino al “deposito donne” con al seguito una persona che s’offriva come un avvoltoio  di segnalarmi chi avrebbe dovuto occuparsi delle esequie…  miserabili che non scompaiono neanche nelle tragedie, io che con le tragedie mi guadagno di vivere, potei constatarne l’infame  presenza.

 

Una vita presaga la mia, nella quale inconsapevolmente  o meno, è come avessi messo in scena “visto” prima,  tutto quello che poi si sarebbe avverato, quell’estrema sensibilità del “sentire” in anticipo e talvolta telepaticamente quanto poi sarebbe accaduto, e quella ancora più folle dell’aver rincontrato certe persone care “dopo”.   come quella volta quando il parco di Villa Torlonia, d’improvviso divenne deserto  e si materializzerò il mio angelo:

ciao papà, sono io C.

o come in quella notte di Natale, al cimitero in cui m’ero addormentato per assiderarmi e il tuo fiato, il tuo sussuro la tua carezza insieme agli uccelli della notte e ai miei cani, mi risvegliarono alla vita.

Oggi come ogni anno termineranno il rivivere quei magici 10 giorni, (anche se continuerò a svegliarmi ogni mattina alle 5,15!) col rimpianto e la nostalgia di quello che avrebbe potuto essere, di quella donna- figlia ideale,  che m’ero illuso d’avermi creata, con quella forza dell’esempio,  per la quale nessuna cosa poi sarebbe più stata come prima, e quell’amore sconfinato,  sperimentato,  che  avrei poi riversato  sui suoi fratelli.

Stamane la collina è superbamente illuminata dalla luce filtrata dai nuvoloni, i colori sono saturi, brilla ora la brina ora le gocce di pioggia ora lo splendore della rugiada, prepotente esplode la primavera, canto e  mi pervado di quell’orgia di dinamica che è la settima sinfonia di Ludwig van, tralascio oggi la quinta che di fato bussante ho già trattato…e dato! C’è una radura pulita, posso accennare alla camminata di Arlecchino che si evolve nel Gene Kelly (si fa per dire) di  “cantando sotto la pioggia”, riesco ancora e mi stupisco  ad alternare un passo sopra e uno sotto, come lui sul marciapiede, sogno,  immagino,  si materializza la mia adorata  Cyd Charisse, con le sue chilometriche gambe che toccano il cielo…poi sfinito affannato,  mi ri-suonano “dentro” i Kindertotenlieder di Mahler, e  resto a meditare sotto l’albero di Pianto Antico di Carducci:

tu fior della mia pianta

 Percossa e inaridita

 Tu  dell’inutil vita

 Estremo unico fior

 

come nell’Aquilone di Pascoli:

……

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda
tua madre… adagio, per non farti male

© by sergio salvi

 

 

 

 

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cuore in inverno che anela inaspettata primavera

ciao Chià

è passato più di un quarto di secolo Bambina mia, e di questi giorni come ogni anno ci ritroviamo qui a fare una sintesi di come l’ennesimo anno di assenza vada ad aggiungersi alla straziante mancanza. Rivivo quei pochi giorni di ansia  gioa e speranza, che conducono sempre a quell’esito a quel “deposito donne”, a quella pietra di marmo gelida a quel vestitino con su incisa una penna stilografica, quell’augurio che potessi  diventare la mia Jane Austen, la mia Mary Shelley, la mia Lillian Hellman, e con quelle mani lunghissime da pianista (la nonna Silvia diceva: da levatrice!) oggi  avresti l’età e certamente il talento e la bellezza di Gloria Campaner…ogni giorno t’immagino ad accompagnarmi al piano mentre canto arie da baritono lirico chiaro, da la Forza del Destino, dal Ballo in Maschera, dal Rigoletto, da Traviata, da Simon Boccanegra, da Don Carlos, e il Figaro del Barbiere di Siviglia, un giorno lassù chissà con Harry, Tonto,  Paperino,  e Morgana terremo finalmente il nostro concerto!

Come ogni anno le “sensibilità” di cui  amo circondarmi, si sono dileguate e ci hanno lasciati soli, non importa, peggio per loro, non ci meritano. Questo fine settimana, dopo aver accudito nella degenza il mio cuore, Francy ci ha invitato tutti, anche i tuoi fratelli, nella sua bella casa ad Albinia, vuol farvi conoscere Esmeralda. Nell’incanto di quel luogo di quel mare di quella pineta, ritroveremo il nostro senso del bello, ci riconcilieremo col nostro bello interiore, fra gente che s’ama, che sa dare il giusto valore alle promesse, che non tratta i valori come optional, che accoglie, che “bussa con i piedi” perché ha sempre le mani il cuore, la mente ingombri di doni. Sarà bello averti fra noi, anche se solo a me visibile. Accompagnami in mare,  così che possa condividere quell’amniòs dal quale sono stato espulso.

 

 

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Vi chiedo scusa se Vi parlo… della Roma

Vi chiedo scusa se Vi parlo …della Roma

Ecco ora avranno capito perché la Roma non si discute ma si ama!
Non c’è solamente il fato, c’è pure la nemesi, ricordo come fu presago il Roma- Porto del 23 agosto 2016, diventato tragedia poche ore dopo, il terribile terremoto di Amatrice, gli oltre trecento morti e la distruzione della mia amata terra, ieri all’alba la natura ha mandato un altro avviso di fato nefasto, che s’è poi rivelato benevolo (si fa per dire) almeno solo con danni alle cose, forse l’ennesimo segnale per terre martoriate e i suoi luoghi i suoi figli, e qui s’innesca la nemesi calcistica, quella che dai suicidi riporta alla resurrezione, dalla disperazione alla speranza incredula, al miracolo che miracolo non è, e che finalmente racconta di quanto fosse bugiardo il risultato dell’andata, che le sconfitte e le vittorie la Roma se le confeziona tutte da se, fa sempre tutto lei, dispensa regali atroci e i sogni, sennò che ne sarebbe del nostro culto per la sofferenza? Stavolta non c’è stato il solito arbitro orbo e dipendente, anche se l’imbelle francese ha dovuto essere convinto dall’arbitro di porta per decretare un rigore, quindi orbo pure lui, anche se poi ha avuto gli attributi per ammonire Messi trasformatosi in rozzo terzino che fa fallo su una ripartenza. Quando poi la nemesi decide di pareggiare i conti con De Rossi e Manolas (e tutti gli altri, tutti Re de Roma!) e ce li fa apparire l’uno Imperiale e l’altro novello Prometeo che ruba il fuoco a Zeus, col quale incendia il Barcellona e riscalda i cuori semi infartuati dei romanisti. C’è una morale vero Nic? quella citazione che ti ho fatto conoscere, di Alì su Foreman: le troppe vittorie ti hanno perduto! Così che per una volta (era ora!) javemo fatto rimponne er bonbon.
Un saggio di Ian Kott sulla tragedia Greca che amo , s’intitola “Mangiare Dio”, tratta dell’uomo che si ribella agli Dei dispotici (Manolas greco docet! De Rossi come Bruto di Shakespeare: “non perché poco amassi Cesare, ma perché molto amavo Roma”) dell’uomo e della donna e dei figli che disconoscono l’autorità dispotica, per una volta e speriamo per molte altre ancora, la Roma e chi l’ama, s’è mangiato gli Dei, e le supposte autorità, i potenti, Noi che l’antica potenza con decadenza abdicammo! e chi altro avrebbe potuto farlo? e in quel modo che solo Noi sappiamo fare, fatto di sopportazione secolare, d’orgoglio, di sofferenza, de pazienza, di coraggio, d’inimitabile sberleffo…Noi semo Noi! e voi (minuscoli) nun sete ‘n……
Ora la catarsi ha avuto luogo..”ora tutto è compiuto”…non tutto ancora!

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coscienza critica

PAROLE DI VETRO

Lungi da me dal disquisir di politica, non ne ho competenze né capacità. Sarebbe bello lo facessero tutti, privi di tale “dono”, riconoscendo con un po’ di umiltà che più che discutere di politica si tende a parlare di discriminazione. Sarà, ma io ho sempre sognato ed immaginato un mondo Utopico. Un mondo in cui non esistano barriere, in cui non si focalizzi l’attenzione sulle differenze, ma sull’uguaglianza. Un mondo più empatico. Sarebbe bello se oltre a celebrare ricorrenze e memorie, si onorassero tali memorie, cercando di fare meglio. Un mondo ideale ma a quanto pare al momento irrealizzabile. Chissà se la generazione dei miei figli, dotata di menti più illuminate, possa far meglio, diversamente. Tristemente, il passato davvero non ci ha insegnato nulla, quell’identificazione in “loro” e “noi”, che solo a sentirlo pronunciare mi indispone a livello dello stomaco. Sono nauseata, ma chi sono “loro” senza identità,  da dove…

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hot

via hot

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La Shoah.. Schindler’s list…Steven Spielberg… Beatrice Macola

Ci sono diversi motivi per rendere speciale almeno per me questa giornata, con in testa una ricorrenza , quella della Shoah, che io ricordo ormai da quando fu presentato, con la visione del film “Schindler’s list “di Steven Spielberg, che è diventato per me come una sorta di preghiera laica, perché lo considero forse il film più altamente civile che sia mai stato fatto, tragico, obiettivo, senza manicheismi, in grado di svelare la grande ipocrisia e menzogna del nazismo, dove dietro l’apparente rigore ideologico di quella aberrazione criminale della civiltà, si celavano squallidi individui che per denaro, diamanti, camicie di seta luminose, potevano essere corrotti e comprati, che poi rimanda a quel rimosso e quasi mai detto e vero motivo dell’odio per gli ebrei, ovvero una scusa per privarli delle loro proprietà e averi, allo scopo di risanare la Germania sull’orlo del collasso economico. Film poetico ed entusiasmante dal punto di vista estetico, della ricostruzione, e sublime per l’interpretazioni degli attori, e non posso esimermi (perdonatemi!) di un vanto, che è quello in qualche modo di aver contribuito anche io, modestamente, alla formazione di quel cast, con una mia allieva, Beatrice Macola (Ingrid, l’amante tedesca di Oskar Schindler nel film), purtroppo prematuramente scomparsa nel 2001, a soli trentacinque anni, una ragazza di sofisticata bellezza, un’attrice di sensibile talento, in grado di recitare in almeno 4 lingue, anche per Claude Chabrol e in Italia per Pupi Avati e Mario Monicelli, e la mia memoria, va alle mie lezioni con Lei, e in particolare a quella luminosa interpretazione di Ersilia Drei, in “vestire gli ignudi” di Pirandello.
A dirla col poeta Foscolo: questo di tanta speme oggi mi resta

© by sergio salvi

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