siete uomini o pietre? per un natale di sensibilità estetica del dolore e del bello

http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/17_dicembre_24/strade-deserte-damasco-viaggio-dell-iceberg-canada-foto-piu-belle-dell-anno-secondo-reuters-da07974c-e890-11e7-8ef2-b5f38039d58d.shtml

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lassamo stà

 

 Lassamo  stà 

 

 Non è niente d’importante


solo che mi sono innamorato di te
ma non è niente d’importante
una febbre lieve che poi passa da se
I nostri soliti incontri da amici speciali
i gesti sincronizzati dei nostri rituali
e ogni carezza mi brucia e guarisce la pelle lo sai
ed è difficile poi fingere che sia tutto normale
riconoscere il confine tra sfogarsi e far l’amore
quando prendi le tue cose
mi sorridi dici “è tardi” e vai via…

Non è niente d’importante
ma stanotte non mi basta averti così
e forse pensi
sia incoerente disarmante
ma questa volta avrei voluto restassi qui
per sempre… per sempre… per sempre…

E non mi basta esser quello che ti da una mano
quando non parte la macchina o fai qualche casino
sempre lì se ti serve un consiglio
e non so darne a me… mai!
come un pupazzo dentro un gioco a premi tiro a indovinare
in quale vita in quale letto ti risvegli e vai a dormire
studio bene le mie carte
punto sempre tutto e non vinco mai…

Ma non è niente d’importante
solo che non ho il coraggio di dirti addio
e tu lo trovi divertente eccitante
una grande attrice la comparsa devo farla io
sempre in guerra col dio dell’amore
non ti arrenderai
perché amare è un dolore dolcissimo che tu non proverai
e vorrei tanto lasciarti e salvarmi la vita
ma come faccio a lasciarti se io non ti ho avuta mai, mai…

E adesso torna pure a recitare il tuo film
ma se per te non sono niente d’importante
almeno un graffio sulla pelle ti lascerò
per sempre
per sempre
per sempre

 

 

mi dici che vieni per parlare

io so che è per consolare

lascia stare

ti fai viva quando hai voglia

mai che io t’invogli

esegui gemi vieni

ti lavi cambi e via

mi lasci lì annegato

d’umori allagato

sul giaciglio riversato

di Te ormai arifreddato

della mia fine spalmato

senza più traccia di amato

Tu linda io appiccicato

sento l’ascensore 

che giù sprofonda

il nostro amore

 

© by sergio salvi

 

* I versi in corsivo neri, sono di Marco Masini

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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per Lando Fiorini

  

 

Non perché poco amassi Cesare

ma perché troppo amavo Roma

W.Shakespeare: Giulio Cesare, dal monologo di Bruto

 

Landooooooooooooooooooo

Succede sempre e per tutti , che si vorrebbe che quel giorno, quel viaggio

nell’inesplorato dei continenti

dal quale nessun viaggiatore fece mai ritorno

sempre Shakespeare!

Non arrivasse mai , e invece inesorabile si afferma l’unica certezza, a’  livella di Totò.

Ora c’è il solito commiato coccodrillesco, nel tuo caso nemmeno preparato come s’usa, perché Tu da tempo eri entrato nel dimenticatoio, che sto monno ‘nfame arimove da sempre l’autentico talento, la grazia, la voceeeee, che tutti appresso come pecoroni alle voci incerte e ambigue.  Tu come Claudio Villa eri un gavettaro e non come tanti oggi un cravattaro,(il marito de Lella), che s’era fatto da sé, e che con rigore coerenza e passione, sei diventato cantore di quella Roma “…dove s’arideva tant’anni fa”…quella tua “voce” poi…sempre in bilico fra baritono lirico di timbro chiaro e tenore di grazia, l’altra faccia di quella voce incarognita, "a carta vetrata" de Tu sorella Gabriella Ferri… mai una forzatura, talmente naturale che non ci  s’avvede che è gamma intera e che  copre quasi  tre ottave, così dolce nel porgere nel lasciare nello sfumare (dal labbro il canto…appunto) come cantassi sempre la serenata del Don Giovanni di Mozart, e il timbro,  così vario da sembrare ai “sordi” monotono…ascoltatevi Lella, storia d’un fattaccio passionale e resterete sempre in bilico fra partecipazione e ragione, l’arte dell’interpretazione insomma . E quella Tua utopica scommessa del Puff, diventata una splendida realtà, luogo d’incontro d’intelligenza, sperimentazione, palestra di talenti,  sensibilità, ironia, allegria, pensiero!

Nun’è vero Là,  che Puffando se campa cent’anni, se resta immortali!

Ciao Fratè aspetteme

Che sta nottata è piena de dorcezze

Pare che non esistono doloriiiiii

Nina se voi dormite

Sognate che ve bacio

Che v’addorcisco er sonno

adacio adacio

 

©by sergio salvi

 

 

 

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23 anni senza Gian Maria (republished)

 23 anni fa moriva di questi giorni Gian Maria Volonté, non mi metterò certo a dire dell’attore, immenso e senza limiti, un perfetto inimitabile "altri da sé", che non trova eguali nel panorama del cinema mondiale, che dire italiano sarebbe maramaldesco, Un percorso simile al suo, a scapito dell’immagine e del divismo è stato intrapreso, e spero che duri, solo da Mattew McConaughey, che l’interpretazione in "Dallas Buyers Club", lascia di stucco, ma ancor più quella a mi parere, di "The True Detective", con un personaggio impegnato in un cupio dissolvi, che altro non è che il tentativo ossessivo di ricongiungersi alla figlia morta, e riuscirà un po a pacificarsi, solo salvando dalle mani di terribili pedofili assassini, poveri ragazzi vittime innocenti di quei demoni. Di Gian Maria vorrei brevemente ricordare la nostra frequentazione , la sua presenza alla "Silvio D’Amico", dalla quale Lui proveniva e io ne ero all’epoca studente, alla prima "occupazione" del set dell’Odissea, negli stabilimenti della De Laurentiis sulla Pontina, che culminò col primo sciopero della SAI (società attori italiani), cose che non s’erano mai viste, ma che contribuirono a creare una coscienza civile e sociale, almeno nelle menti più sensibili che popolavano quel mondo superficiale, ottuso, ed egoistico, formato dagli attori di quei tempi. Ricordo il viaggio al’alba, sulla sua Alfa Romeo Giulietta, con Lui che ci invitava a lottare e a credere, per contare nelle scelte, per una cultura "maggiore", che comprendesse impegno e consapevolezza. Ricordo quando sopraggiunsero ignari in Mercedes, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che in quegli stabilimenti giravano altro, i loro volti di meraviglia, non dissimili dalle espressioni che usavano nei loro film, e quello sguardo a commento silente, fra l’ironico-sardonico e disperato di Gian Maria. E poi la presenza fisica nell’impedire a qualche crumiro "generico" di entrare nello stabilimento, un poveraccio che proprio in quella circostanza vedeva la possibilità di una carriera, a spese di chi scioperava. Gian Maria era allora in grado di frapporsi fisicamente con la forza, per far capire l’importanza di quello sciopero, ma subito dopo confessarci sgomento, che forse aveva impedito a quello, forse la sua sola possibilità di riscatto. Rammento negli anni, i tradimenti di un suo collega, celebrato attore di Teatro, in realtà uno squinzio terribile,falso amico, capace insieme a Lui di organizzare l’occupazione del Teatro Argentina, prima della sua inaugurazione dopo il restauro, e tradirlo, svelando in anticipo il piano per farlo. E più in la negli anni, quando già famoso, tentò un ritorno al teatro, col "Girotondo" di Schnitzeler, accanto a Carla Gravina, che era un eccellente disperato spettacolo, ma che il pubblico "borghese" del Teatro Eliseo a Roma, gli voltò le spalle, credo non perdonandogli le scelte civili che allora faceva col suo cinema. Lo ricordo esausto (come era sempre al termine del suo lavoro in cui dava sempre tutto se stesso, e capii allora il significato dell’esigenza di Vladimir Horowitz, il celebre pianista classico, che voleva nel camerino un letto per riposare dopo un’esibizione per rigenerarsi) tenermi a lungo le mani fra le sue, interessandomi di quel che facevo e terminare con quella frase "lavora bene, mi raccomando", che diventerà poi il mio "refrain", prima di ogni mia recita, il saluto e il viatico, ad ogni mio "sensibile allievo(a). L’anno scorso era il ventenale della Tua scomparsa e qualche rete televisiva (una sola) Ti celebrò, quest’anno nessuna! Io voglio ricordarti caro Maestro d’Arte e soprattutto di Vita, quella che vale la pena di perseguire. Ciao Già…sergio

 

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alla betulla pendula

 Oh se le mie ceneri

Potessero dar nutrimento

oh se le mie ceneri

potessero dar nutrimento

alle radici della betulla pendula

E far ancor più bianco terso

 quel tronco che di purezza abbracciò l’infante

 

 

© by sergio s.

 

 

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il nostro e solo nostro “dì di festa”

 ChiAnd  Edo Nic Miu Leo

vorrei fossimo presi come per incantamento

fissati in quell’erba umida delle nostre colline

fra uliveti e vigne novembrine, nebbiose come i nostri sogni e le nostre speranze, umide di pioggia e di quei rai che repentini di quell’umido fanno vapore che tutto sfuma e ci rituffa nei sogni, noi che l’estetica anche materializziamo, noi che ci svegliamo e facciamo esercizi vocali con "my darling Clementine" e che ci evolviamo possedutaMente "panici" con Petruska  e le sacre du printemps….e poi di corsa a casa che c’è da infornare quella pasta al forno, quel piatto unico che primitivaMente mangiamo pure con le mani e a lavacce la bocca poi con l’insalata d’arance,  ebbri come erinni, a divorar ed essere divorati, capaci di mangiare Dio e maledirlo perché s’è presa Chiara e Andrea

 e ogni giorno nel ventre del mediterraneo l’innocenza tutta.

Oggi nel lettone sotto ar piumone,  c’è lezione di storia: salvate il soldato Ryan (che siete stati già mirabili con Lincoln e Shindler’s  list,  che s’è già riso stamane con mister Bean..e  vaffanculo a chi non ce se  fila,  che sarebbe poco eccitante, che pongono condizioni, che stanno zitte giorni …. a noi?  che siamo padri madri figli fratelli e sorelle di noi stessi, autarchici d’anima e di solitudine e d’amore, ossimori,  che sennò sai a’ noia..

ChiAndEdoNicMiuLeo&s

Ve saluteno

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Canti per i bambini morti (per un angelo, una bambina di nome Andrea)

 

Kathleen Ferrier & Bruno Walter; "Kindertotenlieder"; Gustav Mahler – YouTube

 

 

Kindertotenlieder (Canti per i bambini morti) per voce e orchestra

 

 liriche di  Friedrich Rückert

Testo delle parti vocali

 

1.
Nun will die Sonn’ so hell aufgeh’n,
Als sei kein Unglück die Nacht geschehn.
Das Unglück geschah auch nur mir allein,
Die Sonne, sie scheinet allgemein.

Du musst nicht die Nacht in dir verschränken,
Musst sie ins ewige Licht versenken.
Ein Lämplein verlosch in meinem Zelt, Heil sei dem Freudenlicht der Welt!

1.
Ora il sole osa sorgere e splendere ancora,
come se una sciagura nella notte non fosse avvenuta.
La sciagura è avvenuta: certo, a me solo è toccata,
e il sole splende ovunque e per tutti gli altri, là fuori.

Non devi in te la notte rinchiudere, e nasconderla,
ma lasciarla affondare e perdersi nella luce eterna.
Si è spenta nella mia tenda una piccola lucerna,
ma sia gloria alla luce cara e gioiosa del mondo!

   

2.
Nun seh’ ich wohl, warum so dunkle Flammen
Ihr sprühtet mir in manchem Augenblicke,
0 Augen! Gleichsam um voll in einem Blicke
Zu drängen eure ganze Macht zusammen.

Doch ahnt ich nicht, weil Nebel mich umschwammen,
Gewoben vom verblendenden Geschicke,
Dass sich der Strahl bereits zur Heimat schicke,
Dorthin, von wannen alle Strahlen stammen.

Ihr wolltet mir mit eurem Leuchten sagen:
Wir möchten nah dir bleiben gerne,
Doch ist uns das vom Schicksal abgeschlagen.

Sieh uns nur an, denn bald sind wir ferne!
Was dir nur Augen sind in diesen Tagen,
In künft’gen Nächten sind es dir nur Sterne.

2.
Ora so finalmente perché fiamme così oscure
mi lanciavate, occhi, in certi istanti!
Per raccogliere e stringere in un solo attimo
tutte le vostre forze, e farle piene e sicure.

Ma non presentivo, ovattato da nebbia e da caligine,
preso dentro la rete e accecato dal destino,
che il raggio già si piegava a riprendere il cammino,
verso quella dimora dove ogni raggio ha origine.

Voi volevate dirmi, col vostro luccicare:
Vicino a te sarebbe bello per noi restare,
ma questo, a noi, il destino l’ha voluto impedire.

Solo guardaci: noi saremo lontani, presto!
Quelli che per te sono soltanto occhi, in questo
giorno, saranno stelle nelle notti a venire.

   

3.
Wenn dein Mütterlein
Tritt zur Tür herein
Und den Kopf ich drehe,
Ihr entgegensehe,
Fällt auf ihr Gesicht
Erst der Blick mir nicht,
Sondern auf die Stelle
Näher nach der Schwelle,
Dort wo würde dein
Lieb Gesichtchen sein,
Wenn du freudenhelle
Trätest mit herein,
Wie sonst, mein Töchterlein.

Wenn dein Mütterlein
Tritt zur Tür herein
Mit der Kerze Schimmer,
Ist es mir, als immer
Kämst du mit herein,
Huschtest hinterdrein
Als wie sonst ins Zimmer.
0 du, des Vaters Zelle,
Ach zu schnelle
Erloschner Freudenschein!

3.
Quando la tua mammina
entra da quella porta
ed io giro la testa
e guardo verso lei,
sul suo volto non cade
in principio il mio sguardo,
ma là, proprio in quel punto
dove potrebbe essere
la tua cara faccina,
se tu, raggiante gioia,
entrassi qui con lei,
piccola figlia mia, come una volta.

Quando la tua mammina
entra da quella porta
col baglior di candela,
mi pare che tu entri
qui con lei, come sempre,
scappandole da dietro,
come allora, qui in camera.
Tu, parte di tuo padre,
raggio di gioia, ahimè,
troppo presto già spento.

   

4.
Oft denk’ ich, sie sind nur ausgegangen!
Bald werden sie wieder nach Hause gelangen!
Der Tag ist schön! 0 sei nicht bang!
Sie machen nur einen weiten Gang.

Ja wohl, sie sind nur ausgegangen
Und werden jetzt nach Hause gelangen.
0 sei nicht bang, der Tag ist schön!
Sie machen nur den Gang zu jenen Höhn!

Sie sind uns nur vorausgegangen
Und werden nicht wieder nach Haus gelangen!
Wir holen sie ein auf jenen Höhn
Im Sonnenschein! Der Tag ist schön
Auf jenen Höhn.

4.
Io penso spesso: sono solo usciti,
presto saranno di ritorno a casa!
Il giorno è bello. No, non angosciarti,
fanno solo una lunga passeggiata.

Ma sì: semplicemente sono usciti,
ora, vedrai, ritorneranno a casa.
Non angosciarti, la giornata è bella!
Fanno due passi, là, su quelle alture!

Sì, sono usciti un po’ prima di noi,
e non faranno più ritorno a casa!
Su quelle alture li raggiungeremo,
in pieno sole! La giornata è bella
su quelle alture.

   

5.
In diesem Wetter, in diesem Braus,
Nie hält ich gesendet die Kinder hinaus;
Man hat sie hinausgetragen.
Ich durfte nichts dazu sagen.

In diesem Wetter, in diesem Saus,
Nie hätt ich gelassen die Kinder hinaus,
Ich fürchtete, sie erkranken,
Das sind nun eitle Gedanken.

In diesem Wetter, in diesem Graus,
Nie hätt ich gelassen die Kinder hinaus,
Ich sorgte, sie stürben morgen,
Das ist nun nicht zu besorgen.

In diesem Wetter, in diesem Braus,
Sie ruhn als wie in der Mutter Haus,
Von keinem Sturme erschrecket,
Von Gottes Hand bedecket.

5.
Con questo tempo, in questo finimondo,
non avrei mai fatto uscire i bambini;
li hanno portati fuori.
lo non riuscii a dir nulla.

Con questo tempo, in questo nubifragio,
non avrei mai fatto uscire i bambini:
avrei temuto che si ammalassero.
Ma questi sono, ora, pensieri inutili.

Con questo tempo, tempo spaventoso,
non avrei mai fatto uscire i bambini:
avrei detto: Potrebbero morire!
Ma non val più darsi pena per questo.

Con questo tempo, in questo finimondo,
riposan come a casa, dalla mamma:
più nessuna tempesta li atterrisce,
e la mano di Dio li custodisce.

 

(Traduzione di Quirino Principe)



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